venerdì 8 gennaio 2010

politica italiana

Al ministero dell’Economia, sottovoce, dicono che sono stati “legalizzati” almeno 110 miliardi di euro. Vale a dire che sono “emersi” al Fisco quasi 7 punti di ricchezza detenuta all’estero e non dichiarata all’Erario.
Di questi 7 punti, quasi 2 e mezzo sono rientrati “fisicamente” in Italia. Si tratta di oltre 40 miliardi di euro. Sono quelli che, fino a ieri, erano conservati nei cassieri delle banche di quei Paesi che, secondo le regole Ocse, figurano nella lista dei paradisi fiscali; Svizzera, in primo luogo. Lo scudo fiscale, infatti, prevedeva un doppio livello di “legalizzazione” dei capitali conservati all’estero. Il rientro fisico per quelli detenuti nei paradisi fiscali ed una semplice dichiarazione (con conseguente emersione al Fisco) di quelli posseduti all’estero, ma in Paesi con i quali l’Italia ha un corretto scambio di informazioni tributarie. Non solo.
A differenza dell’altro scudo fiscale (che aveva regolarizzato una sessantina di miliardi di euro), questa volta potevano essere legalizzati non solo capitali (sottoforma di contanti e titoli azionari e obbligazionari), ma anche patrimoni come opere d’arte, gioielli ed immobili.Chi si indigna per l’operazione (che porterà nelle casse dello Stato, sottoforma di maggiori imposte, 5,5 miliardi di euro) dovrebbe ricordare che lo scudo produrrà un allargamento della base imponibile. Vale a dire che d’ora in avanti, dopo averli fatto emergere, si dovranno pagare le tasse su questi capitali legalizzati. Ed ancora.
Con il decreto di luglio è stata modificata la norma sul cosiddetto “onere della prova”. In altre parole, d’ora in poi chi conserva capitali all’estero e non li ha dichiarati al Fisco (da qui la necessità dello scudo che ha permesso la sanatoria) viene automaticamente dichiarato come evasore fiscale dall’Agenzia delle Entrate.
Come a dire: chi non ha scudato le proprie proprietà estere è un evasore. Di riflesso, chi lo ha fatto, pagando un’imposta del 5% sui valori, ha permesso allo Stato di alleggerire il peso del fisco su alcune categorie che hanno sofferto la crisi. Non a caso, con il gettito dello scudo è stato possibile allentare di 20 punti il peso dell’Irpef sui lavoratori autonomi e professionisti (il popolo delle partite Iva); categorie per le quali non sono previste formule di ammortizzatori sociali.
Per queste ragioni, chi critica lo scudo dovrebbe pensare agli effetti positivi che produce, non solo all’Erario, ma anche all’economia reale

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